domenica 2 giugno 2013

Le condizioni per il rilancio del PD

di Pier Luigi Bersani (l’Unità, 2 giugno 2013)

È giusto leggere la partecipazione alle elezioni amministrative come la conferma di una grave disaffezione dei cittadini. È altrettanto giusto rimarcare che, in quel quadro, viene riconosciuto un primato al Partito democratico e ai suoi candidati (dire che si è perso anche quando si è vinto serve spesso per stare con un piede fuori dalle proprie responsabilità!). Il giorno seguente, il nostro risultato è scomparso. In un passaggio parlamentare relativo alla legge elettorale si è dato l’argomento ai giornali per titolare: il PD si divide, il PD sull’orlo della crisi, e così via.

Già peraltro comincia a vedersi lo sport antico di tirare il sasso e nascondere la mano verso il governo che sosteniamo. Niente di nuovo sotto il sole: in una recente e dolorosa esperienza abbiamo visto come il venir meno a nostre decisioni collettive abbia cambiato il corso degli eventi nella politica del Paese. È tempo di riconoscere che tutto questo è il segno di un problema profondo e strutturale, che non può essere affrontato con richiami al buon cuore ma piuttosto con un sincero confronto fra noi. Ho già provato a descrivere il tema con un interrogativo: vogliamo essere un soggetto politico o semplicemente uno spazio politico?
Il PD è nato mentre già la crisi democratica italiana e l’umore antipolitico avevano generato formazioni a impronta padronale o comunque personalistica; formazioni, cioè, connesse in modo strutturale ed esistenziale al leader. La crisi ha accelerato e approfondito il processo, facendolo emergere un po’ ovunque in Europa. In proposito, le analisi ormai riempiono le biblioteche e convergono. Si sono affermate ovunque esigenze di semplificazione e accorciamento anche emotivo nei meccanismi di rappresentanza; la partecipazione si è andata riducendo ad un ruolo esornativo; la comunicazione si è messa al comando; la «sostanzialità» del consenso ha cominciato a rompere argini formali, istituzionali o addirittura costituzionali.
In Italia abbiamo visto per primi come quel tipo di offerta politica sia efficacissimo nel promettere risultati, ma impotente o disastroso nel produrli. Sappiamo ormai che interpretare abilmente ciò che pensa «la gente» non significa governare! Noi democratici abbiamo vissuto questa fase, che è stata per il PD di affermazione e di radicamento, mettendo a critica quel modello e tuttavia tenendoci, rispetto a quel modello, flessibili fino al punto di essere, qua e là, cedevoli. Nella sostanza ci è sfuggita la radicalità della nostra alternativa e quanto fosse e sia controcorrente la nostra sfida.
È tempo di chiarirci le idee fino in fondo. Dentro la transizione e la crisi il nostro modello alternativo pretende di incrociare e interpretare la complessità, l’esplosione delle soggettività, gli spazi inediti di comunicazione e relazione attraverso la partecipazione consapevole, il pluralismo; attraverso la costruzione di una sintesi che muova da meccanismi che non semplificano ma anzi sollecitano e moltiplicano i protagonismi. Come non vedere che questo nostro incompiuto tratto distintivo (arricchito naturalmente da significati valoriali e contenuti programmatici) ha consentito comunque di essere una formazione che ormai «esiste in natura» in ogni luogo del Paese, di superare difficoltà e smentite quotidiane, di candidarci ad essere l’unico potenziale riferimento politico per uscire dalla transizione? D’altra parte, come non vedere il limite strutturale della nostra esperienza che ci trattiene dall’essere pienamente all’altezza delle responsabilità che il Paese ormai ci riconosce?
Questo limite sta nella forza e nell’univocità della sintesi. Il nostro modello per definizione drammatizza l’esigenza di sintesi, il nostro modello per definizione esclude di affidarla all’uomo solo al comando. La sintesi può venire solo dalla scelta politica consapevole e dichiarata da parte dei protagonisti diffusi di devolvere alla decisione del proprio collettivo una parte delle proprie convinzioni e delle proprie ambizioni (è in questa devoluzione peraltro che si materializzano il disinteresse personale e la moralità politica!). Più soggettività e più sintesi: non c’è altra strada, io credo, per stare nella modernità e per essere utili al Paese. Il Paese deve via via percepire che il Partito Democratico ha una fisiologia che dà voce con grande apertura alle complessità e che assieme garantisce decisioni certe ed efficaci e capaci di resistere, quando è necessario, al senso comune del momento. Senza questo saremo trascinati dove, spero, non vogliamo andare: ad essere cioè uno spazio politico anche affascinante ed accogliente ma troppo esposto alle esibizioni individualistiche, alle baronie politiche o ai rabdomanti del senso comune. Un simile spazio può essere utile ad alcuni, a tanti, a tantissimi, ma non al Paese!
Questa necessaria discussione infatti non parla di noi, ma dell’Italia. Viviamo una crisi senza precedenti che ancora non ha esiti prevedibili. Ciò che stiamo vivendo non è politicamente il nostro orizzonte. Le sfide non sono finite, le abbiamo davanti. Programmi, contenuti, soluzioni possono essere discusse liberamente. Ma prima di tutto chiediamoci: vogliamo metterci all’altezza delle nostre responsabilità e del nostro compito? Vogliamo essere finalmente e pienamente un soggetto politico, traendone le conseguenze? Tutto questo è, ovviamente, un semplice preambolo. Ma un preambolo decisivo.

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