mercoledì 13 novembre 2013

Non girare la testa indietro

di Pietro Folena (l'Unità, 12 novembre 2013)

Tutto ci si poteva aspettare, ma non l’ondata di polemiche, da Beppe Fioroni a Pierluigi Castagnetti a Enrico Gasbarra, per l’enfasi con cui da Guglielmo Epifani è stato annunciato il prossimo Congresso del Partito del Socialismo Europeo a Roma, nella prossima primavera. Sinceramente il percorso segnato prima dalla costituzione del Gruppo al Parlamento Europeo dei Socialisti e dei Democratici, e poi dall’apertura operata dalla più antica forza della sinistra europea, la SPD, verso un’alleanza dei progressisti, sembravano rendere del tutto naturale - anche se tardivo e un po’ obtorto collo - l’ingresso a pieno titolo del Partito Democratico nel PSE. Centinaia di circoli si sono espressi ancora in questi giorni, malgrado le ingessature correntizie del Congresso, in questo senso, come proposto da un ordine del giorno presentato dal Laboratorio Politico per la Sinistra e come suggerito dalla Costituente delle Idee che abbiamo promosso con Vannino Chiti, Cesare Damiano, Mimmo Lucà.
Sentir dire che questa scelta - condivisa anche da Enrico Letta e da Matteo Renzi - tradirebbe lo spirito del Partito Democratico non sta né in cielo né in terra. E’ passata un’epoca storica da quando i cristiani di sinistra, o democratici, si riconoscevano nel Partito Popolare Europeo. Nell’ultimo ventennio il PPE ha aperto i suoi confini a forze di destra e conservatrici ben lontane dalle tradizioni popolari.
Qual è la casa dei cattolici democratici, dei cristiano sociali, o dei socialisti cristiani come si diceva una volta? Nell’epoca di Papa Francesco -non di Papa Woytila-, in cui Bergoglio spiega perché non è mai stato di destra, pur in polemica col peronismo nelle sue moderne versioni progressiste, e soprattutto riabilita valori di eguaglianza e di giustizia, questa casa non può essere che quella del progressismo socialista e democratico, che, come recitava il programma di Bad Godesberg, “affonda le sue radici nell’etica cristiana e nell’umanesimo”.
E ancora: rispetto allo scontro della prossima primavera fra i due campi -quello conservatore attorno al PPE e quello progressista attorno al PSE- può una cultura dell’altro, della solidarietà, del rifiuto dell’egoismo sociale essere “terza” o indifferente? Non è che al Partito Democratico si chiede invece un di più di radicalità, nel rappresentare gli esclusi, nel dar voce a chi non ha voce, nel riunificare il lavoro e la società? Non è questa l’operazione vincente che Bill De Blasio, sull’onda di Barack Obama, ha fatto in una città avanzatissima come New York City?
Sogno un PD che invece vuole il Congresso a Roma anche per aprire una polemica con quelle altre forze socialiste e progressiste che rimangono chiuse nei loro confini nazionali, poco coraggiose e innovatrici, non disponibili coi fatti, non con le chiacchiere , alla grande sfida degli Stati Uniti d’Europa, di un federalismo vero, di affiancare qui ed ora alla moneta, una comune legislazione sul lavoro, sul welfare, sull’ambiente, sulla cultura, sui diritti delle donne e sui diritti di civiltà.
Ed è per questo che c’è bisogno di un PD più radicale, più vicino al socialismo europeo e al progressismo mondiale, guidato da un segretario come Gianni Cuperlo. Non ha molto senso avere la testa rivolta indietro. Ha più senso avere il cuore capace di mantenere un ricordo, una memoria, quale che sia la tua storia. Ma ora è il momento del coraggio, e di una nuova stagione della sinistra europea e globale di cui un nuovo PD può essere pienamente protagonista.

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